Lo studio AACM – Atelier Architettura Chinello Morandi firma un laboratorio-galleria dove la plasticità dell’argilla si trasforma in forma stereotomica e architettura tettonica
Plasmare la materia non significa soltanto modellarne la superficie, ma imprimere una tensione al vuoto che la circonda. Nasce da questa intuizione profonda Mosca.Bianca, il nuovo laboratorio di ceramica e spazio espositivo ideato e realizzato dallo studio AACM – Atelier Architettura Chinello Morandi. Un progetto d’interni raffinato e concettuale, dove un unico ed essenziale gesto compositivo sintetizza e racconta l’intero ciclo di lavorazione della terracotta.
L’atmosfera dell’ambiente è modellata come argilla fresca sul tornio: il soffitto si piega in una torsione plastica che accentra lo spazio, guidando lo sguardo verso l’elemento fondante dell’ambiente: una sorgente di luce zenitale che perfora la sagoma stereotomica soprastante.

L’altare espositivo: un’architettura nell’architettura
Direttamente sotto il fascio di luce si staglia, posizionato in diagonale, un imponente altare espositivo. A un primo sguardo l’elemento appare come un monolite solido e solenne; tuttavia, un’osservazione più ravvicinata ne rivela la vera natura: un arredo tettonico, leggero e del tutto autonomo rispetto alla stereotomia della scatola muraria.
Quando i fianchi del monolite si aprono, svelando le sedute operative per il lavoro artigianale, la struttura rivela un sofisticato sistema di incastri e sovrapposizioni. Spogliato dei suoi sedili, il grande tavolo da lavoro si presenta come un’architettura sospesa nell’aria: un piano slanciato composto da lamine di okumè, sorretto da una sequenza di telai a T che sfidano la gravità a sbalzo.


Circolarità materica e narrativa scenografica
Se il legno di okumè del piano risponde alle esigenze funzionali di lavorazione degli impasti, la pelle dell’ambiente possiede una forte valenza simbolica. Le pareti e il soffitto sono rivestiti da un intonaco in terra cruda, formulato con argilla e scarti della produzione del laterizio. Questa scelta incarna la ciclicità della terracotta, celebrando il recupero sostenibile della materia.
Per preservare la purezza dello spazio, gli utensili da modellazione non rimangono a vista: sono adagiati su sottili lame metalliche e celati da tendaggi tessili come in una quinta teatrale, pronti a manifestarsi solo durante le sessioni operative di laboratorio.

L’esposizione d’esordio: la sacralità dell’ “Ultima Cena”
A inaugurare lo spazio Mosca.Bianca è l’esposizione intitolata “Ultima Cena”. Ispirandosi all’iconografia dell’opera leonardesca, la mostra reinterpreta il tavolo-altare come palcoscenico sacrale, trasformando gli utensili da lavoro — solitamente celati al pubblico durante le mostre di prodotto finito — nei veri protagonisti della scena.
Gli strumenti del ceramista vengono disposti come un’ordinata mise en place per un banchetto artistico in procinto di iniziare. La prima mostra in Mosca.Bianca diventa così un invito formale ad accomodarsi e prendere parte alla celebrazione della materia prima che la trasformazione abbia inizio.
In questo modo, il laboratorio narra la terracotta in tutte le sue fasi: dall’argilla cruda dell’intonaco alla forma tesa a soffitto, fino all’opera finale o all’utensile esposto sotto il cono di luce zenitale.





